Cimarron - Francesco Leprino

Francesco Leprino
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Francesco Leprino
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Inside El Cimarrón (2016-2020)

Docufilm intorno al libro
Biografia de un Cimarrón (1966)
basato sull’autobiografia dello schiavo cubano Esteban Montejo (1860-1973) scritta da Miguel Barnet
 
E intorno all’opera
El Cimarrón 1970)
Recital per 4 musicisti in 15 quadri di Hans Werner Henze
Per un  baritono, un chitarrista, un flautista, un percussionista
su libretto di Hans Magnus Enzensberger

Progetto e regia di Francesco Leprino
Il progetto di un lavoro documentario, che contenesse in un primo momento anche l’esecuzione integrale dell’affresco epico di Henze, è una vecchia idea che inseguivo da anni. Difficile mettere insieme gli interpreti di altissimo livello che l’opera prevede e risolvere i costi di liberatorie e diritti.
La prima fase è stata una trasferta cubana, nella seconda metà di agosto 2016, per filmare i luoghi, realizzare alcuni inserti di fiction con un attore e intervistare, oltre che molti cubani sul concetto di cimarròn (lo schiavo fuggitivo), lo scrittore Miguel Barnet e il chitarrista Leo Brouwer (primo interprete dell’opera negli anni ’70).
La seconda fase, in epoca di Coronavirus, è la ripresa del progetto con i filmati del 2016 a Cuba, e un secondo viaggio nell’isola, per filmare altre sequenze e realizzare le interviste mancanti. L’opera di Henze verrebbe ridimensionata a brevi citazioni nel corso del docufilm, in concomitanza con il racconto, le immagini di Cuba, l’approfondimento del concetto di liberazione dalla schiavitù oggi.
Inside El Cimarrón è interamente in lingua spagnola, con sottotitoli in italiano.
 
Milano, 15-07-2016/23-04 2020
Alcune considerazioni sul progetto Inside El Cimarrón

 
Lo stimolo del progetto del mio docufilm partiva dall’opera di Hans Werner Henze, che aveva tirato fuori le linee di forza epiche e universali del “romanzo” di Miguel Barnet, traducendole nella potenza espressiva ed emozionale della musica. A questo aveva contribuito il talento poetico di Hans Magnus Enzesberger, coniugato con la grande capacità drammaturgica del compositore.  Enzesberger, primo fra tutti, aveva letto il romanzo di Barnet e ne aveva intravisto una sorta di “messaggio” politico (correvano gli anni Sessanta) per l’Occidente, a mio avviso sempre attuale. “El Cimarròn” rimane una delle opere cardine della seconda metà del XX secolo, che ha unito il sentire di due sensibilità, apparentemente lontane, come quella cubana e quella mitteleuropea.
La mediazione, in effetti, è stata possibile grazie all’impegno politico-sociale di Enzesberger e di Henze, che hanno intuito le potenzialità universali della vicenda di Esteban Montejo, paradigma dell’opposizione e della lotta per l’indipendenza di tutti i popoli, una personalità al di fuori dell’intellettualismo di maniera, essendosi messo in gioco sul campo.
Nel mio lavoro Inside El Cimarrón voglio ricucire l’antefatto, cioè le linee di forza del racconto di Montejo mediate dalla penna di Barnet, con il messaggio etico/estetico del puro musicale dell’opera di Henze e con la cultura cubana contemporanea.
L’intervista al chitarrista Leo Brouwer, per ricordare quell’esperienza di confronto col compositore, col quale ha elaborato una partitura basata sull’improvvisazione e sulla tradizione orale, significa indagare sulla genesi dell’opera e su come si è arrivati a fissarla sulla carta.
L’intervista a Miguel  Barnet rappresenta un’ulteriore indagine sul personaggio di Montejo e sul rispetto antropologico che ha usato l’autore nel tradurlo in racconto fruibile, credibile, portatore di autenticità. Con domande inerenti alle impressioni su Montejo e alle suggestioni della sua personalità, su una lettura del sottotesto del romanzo, sulle difficoltà della traduzione di un racconto orale che è una mediazione tra fedeltà alla prosa verbale di Montejo e fluidità narrativa.     
Il documentario si muoverà in maniera rapsodica fra parti di fiction (con un attore cubano) delle situazioni topiche del racconto, parti musicali (la ripresa di frammenti  dell’opera di Henze),  interviste ai protagonisti, interviste “on the road” ai cubani su quale sia oggi il senso di essere “cimarrón”, riprese, sempre “on the road”, della musica cubana di oggi nei contesti urbani, citazioni del romanzo di Barnet, per bocca dello stesso personaggio, che integrano il libretto dell’opera, analisi delle parti chitarristiche dell’opera attraverso le esecuzioni della chitarrista Elena Càsoli, che ha studiato ed elaborato la partitura insieme all’autore.
Un continuo rimando, quindi, fra dimensione musicale, dimensione letteraria e immersione nel paesaggio cubano rurale e urbano, di ieri e di oggi.
Ulteriori contrasti “drammaturgici” stanno venendo fuori dall’accostamento del montaggio:
-   uno fra la solitudine del personaggio nel suo contesto storico (le riprese di fiction) e la Cuba di oggi: la gioia della musica per strada, i volti dei cubani, quello che dicono gli intervistati sul concetto di schiavitù e liberazione;
-   un altro quello fra una musica aulica e colta europea (quella di Henze) e la musica cubana in generale;
-  ulteriore contrasto quello fra due epoche (quella coloniale della vicenda di Montejo dell’Ottocento e quella della Cuba contemporanea) e fra due modi di concepire la musica (quella colta europea e quella colta e popolare cubana). Una distanza già presente nello stadio di trasformazione dell’intervista “registrata” a Montejo rispetto alla sua “trascrizione” letteraria, due contesti, quello del vissuto “eroico” e quello dell’estetica dell’intellettuale Barnet, molto distanti.
Domanda che il film si pone: l’antropologo Barnet riconosce il personaggio di Montejo nell’estetica dell’opera di Henze? O meglio: la musica deve “descrivere” e contestualizzare oppure andare oltre e incrociare mondi lontani?
In questi salti continui, fra culture ed epoche, si gioca la dialettica del “racconto” di Inside El Cimarrón.  Che è poi la stessa estetica narrativa che ho usato per i miei progetti sui musicisti del passato, e che è soprattutto l’occasione per indagare il sincretismo culturale del popolo cubano, che forse grazie a questa capacità di “assorbimento” riesce a rimanere libero dentro, dagli spagnoli come dagli americani, da Batista come da Fidel, come un cimarron che trova sempre una sua via di fuga.
 

Francesco Leprino
Lost in L’Avana
 

Lost in La Mancha, si intitolava un documentario di Terry Gilliam sull’impossibilità di realizzare un film su Don Chisciotte per una serie di avversità sopravvenute.
Nel nostro caso è un progetto rimuginato fin dai primi anni Novanta del ‘900, intorno ad un’opera e un assunto che hanno esercitato da circa trent’anni un grande fascino sullo scrivente.
Ma di cosa stiamo parlando?
Nella prima metà degli anni Sessanta, uno scrittore-antropologo cubano (Miguel Barnet) interroga un ultracentenario (Esteban Montejo) che, con la fuga ha provato l’ebbrezza della liberazione da uno stato di schiavitù nella Cuba coloniale della seconda metà dell’Ottocento, e l’ebbrezza per aver combattuto la guerra d’indipendenza dagli spagnoli. Ne nasce un libro-confessione di grande intensità tradotto in 50 lingue.
Alla fine di quel decennio, l’intellettuale-filosofo Hans Magnus Enzesberger e il compositore Hans Werner Henze, entrambi tedeschi, si innamorano di questa vicenda e vanno a Cuba per conoscere il protagonista, che all’epoca aveva 110 anni. Il primo ne fa un libretto che il compositore mette in musica, realizzando un’opera in forma di Recital di grande intensità, coinvolgendo anche il più grande chitarrista cubano dell’epoca (Leo Brouwer). La prima esattamente 50 anni fa.  Da allora moltissime rappresentazioni nel mondo.
Quattro anni orsono, chi scrive queste note, cerca di tirare le fila di tutto per realizzare un documentario basato sulla stessa vicenda e sul significato della liberazione dalla schiavitù nel mondo di oggi.
Sul suo cammino incontra mille difficoltà: nel frattempo il compositore è morto, lo scrittore/librettista tedesco è anziano e non ha voglia di rimettersi in gioco, lo scrittore cubano, ormai il personaggio culturalmente più in vista nell’isola risulta irreperibile, così come il famoso chitarrista. Non servono mille contatti, telefonate, mail… Il destino sembra accanirsi.
Il viaggio a Cuba è tortuoso, l’auto con autista, presa a nolo per tutta la permanenza, si ferma fumante al primo viaggio. Gli spostamenti diventano rocamboleschi. L’attore cubano, che interpreterà il personaggio, è l’unica sorpresa positiva.
Il costume di scena, il machete, un traballante stativo fotografico per filmare sono trovati miracolosamente. Le riprese iniziano e sono portate a termine, nonostante le difficoltà degli spostamenti.
Ulteriore e più grande difficoltà era però nata in Italia due giorni prima delle riprese musicali dell’opera: teatro trovato, un gruppo di solisti d’eccezione, ma il grande flautista francese, per causa di forza maggiore, non è disponibile, e quindi le riprese non si possono effettuare.
E così il progetto è lasciato in un hard Disk per quasi 4 anni, fino a quando l’imposto isolamento del Covid, non porta il regista (filmaker, dovremmo in questo caso dire) a riguardare e riconsiderare le riprese cubane. E a innamorarsene, ancora una volta.
L’avventura, con i dovuti riadattamenti, ricomincia.
Ma il Covid 19 lascia ancora una volta in sospeso il progetto: impossibile completare le riprese a Cuba!
Trovata la soluzione: alcuni filmaker cubani effettueranno su nostra indicazione le riprese mancanti.
 
E l’avventura continua…
 
Milano, marzo-dicembre 2020.
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