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Produzioni Artistiche
Francesco Leprino

L'orecchio del mercante

Riflessioni intorno alla musica nel mercato della comunicazione

Prefazione di Gillo Dorfles

EurArte, Edizioni Musicali e Discografiche

Stampato nel mese di novembre 2003, 192 pagine, 15,00 Euro

Presentazioni & Recensioni

2 dicembre 2003, ore 22: RadioTre RAI, "Radio Tre Suite", a cura di Oreste Bossini, con la partecipazione di Gillo Dorfles


11 dicembre 2003, ore 18: Amici del Loggione del Teatro Alla Scala, Milano.
Con la partecipazione di Gillo Dorfles, Salvatore Natoli, Gianni Canova. Arrigo Cappelleti (pianoforte) e Giulio Visibelli (sax alto) eseguono musiche di Bartók.


11 gennaio 2004, Il Sole 24ore, Inserto culturale "Domenica": L'arte di vendere luci e suoni, recensione di Quirino Principe.


23 febbraio 2004, ore 21,30: Radio Popolare, "Rotoclassica", a cura di Claudio Ricordi


1/2004, Spectrum, Rivista di analisi e pedagogia musicale, organo della Società Italiana di Analisi Musicale, recensione di Sergio Lanza


4/2004, Cineforum, mensile di cinema, recensione di Ermanno Comuzio


4/2004, Amadeus, mensile musicale, recensione di Giuseppina La Face Bianconi


4/2004, Orfeo nella Rete, sito WEB, recensione di Pierluigi Basso


16 dicembre 2004, ore 21: Seminario permanente di Filosofia della Musica, a cura di Carlo Serra, presso Galleria Spazio Temporaneo, via Solferino, 56, Milano. Presentazione e relazione sul tema: "La ricezione della musica contemporanea"


Hanno scritto

[…] Spero che, anche dai brevi cenni di questa mia nota, possa risultare chiara l’importanza del libro di Leprino. Importanza che non è tale solo per gli ammonimenti didattici, sociologici, di costume, e per la ricchezza di esempi forniti, ma anche per il fatto di aver finalmente offerto un panorama linguistico della musica del nostro tempo che tenesse giustamente conto non solo delle opere elitarie della grande tradizione contemporanea (Boulez, Scelsi, Berio, Ligeti…), ma anche della imponente e non sempre deteriore musica elettronica e “di consumo”, aprendo così uno spiraglio alla comprensione estetica e fenomenologica dei nuovi universi sonori resi possibili dal rock e dal Live electronics, forse giustamente osteggiati da alcuni, ma anche comprensibilmente idolatrati dai più. [dalla prefazione di Gillo Dorfles]

[...] Francesco Leprino, da anni strenuo difensore del proprio diritto di dire ciò ch'egli pensa... gà il titolo ci attrae... Leprino s'incammina su un terreno sgradevole, ma inevitabile: ci mostra un'infinità di procedure d'individuazione e di giudizio, svela i penosi trucchi concettuali e linguistici... Leprino coglie la musica in flagrante nel momento in cui essa comincia a essere altro da sè: una cosa... Ogni pagina di Leprino ci colpisce per la dovizia d'informazione e per l'originalità dell'argomentare; a ogni pagina vorremmo applaudire... Leprino osserva ciò che quasi nessuno, fra i colti e raffinati ma "correct" sociologi della musica, osa osservare... questo libro da combattimento (artiglieria pesante) [...] (Quirino Principe, Il Sole 24Ore)

[...] Un ampio sguardo sulla musica emerge da questa raccolta di scritti di Leprino… uno sguardo caleidoscopico che riverbera il naturale collocarsi della musica nel punto di incrocio di svariati percorsi culturali ed esperienziali… Forte è la sua tensione etica e quindi polemica, consapevole com’è che occuparsi di musica “colta”, peggio, della cosiddetta “colta contemporanea” significa oggi – sia come compositore, interprete o critico - intraprendere una faticosissima battaglia culturale che “obbliga sempre più a diventare apocalittici o integrati”… Pur senza assumere atteggiamenti sbrigativamente liquidatori (vi è anzi traccia di uno studio approfondito dei generi popular così come delle tendenze sociologicamente più significative nella mappa degli ascolti giovanili e “di massa”) Leprino mette in campo un salutare “scetticismo decostruttivo”… a proposito di quanti spesero leggermente la propria adesione agli happening musicalmente paradossali di Cage, Leprino osserva molto acutamente che “gli stessi non avrebbero accettato da chiunque altro quel tipo di radicalità. Solo Cage poteva essere cageano!”… un interessante e coraggioso scritto intitolato "Una critica del giudizio in musica". In questo scritto il giudizio estetico, compreso quello formulato dai sacerdoti della critica, viene spietatamente ricondotto alla sua matrice di affettività… Guardando invece al rapporto cinema-musica più in generale, la riflessione critica di Leprino anche qui corrode più di un luogo comune…[Sergio Lanza, Spectrum]

Specialista nel rapporto fra musica e immagine, il musicologo Francesco Leprino raccoglie in questo libro una serie di analisi sulla musica del nostro tempo... Grande è l'interesse della parte dedicata al rapporto suono-immagine, rivisitato attraverso inedite prospettive non prive di fertili provocazioni... Quanto al rock, il libro presenta finalmente un'analisi seria e obiettiva del fenomeno [...] [Ermanno Comuzio, Cineforum]

[...] È un testo ricco di toni, di notazioni interessanti anche quando sono solo di raccordo, di inaspettati approfondimenti lungo una discorsività per nulla accademica. Il lavoro di Leprino difficilmente lascia indifferenti, sollecita la discussione e spinge a riformulare argomenti e questioni... Molti dei temi affrontati da Leprino meritano di essere discussi; è questo infatti un libro che si pone all’insegna di una non-desistenza... il libro non ci pare votato alla definizione di posizioni, ma alla loro mobilitazione, non risolve i quesiti, ma li fa risuonare... [...] [Pierluigi Basso, Orfeo nella Rete]

Francesco Leprino... sotto un titolo arguto... pubblica una raccolta di saggi... Affrontano temi “forti” della vita musicale: i mutamenti indotti nella recezione musicale dall’avvento di radio, cinema, informatica; l’evolversi dell’interpretazione musicale e del virtuosismo; il rapporto contraddittorio fra divulgazione ed educazione nella societa di massa... Leprino si muove con una certa disinvoltura su temi invero controversi e si destreggia fra discipline diversissime, Psicologia della percezione, Sociologia, Musicologia, Estetica, Fisica, Pedagogia musicale [...] [Giuseppina La Face Bianconi, Amadeus]


Indice

Prefazione
Premessa
I. Performance o simulazione: quale modello di ascolto musicale? (1991)
II. Lo spazio musicale... alter ego del tempo. Appunti elogiativi per uno spazio inesistente (1994)
III. Una critica del giudizio in musica. Obiettività e affettività nella valutazione dell'opera originale (1996)
IV. La drammaturgia ipertestuale di un medium ritrovato: radiofilm, piccolo esercizio critico per un nuovo teatro virtuale (1995)
V. Suoni e immagini in movimento: il cinema come arte plastica. Riflessioni sul rapporto fra musica applicata, musica contemporanea e cinema (1995)
VI. Dal palcoscenico operistico allo schermo cinematografico: presenze verdiane nel cinema. (2001)
VII. Computer Music: algoritmo del futuro o escamotage per il presente? (1993-1995)
VIII.Virtuosismi e forme virtuali per l'interprete di oggi. Playing with Schumann's, Debussy's, Stockhausen's Keyboards (1997)
IX. L'arte di sfiorare. Ovvero: l'ironia nella musica (1990)
X. Dinamica e psicopatologia dei colpi di tosse nelle sale da concerto. Ovvero: il disagio del silenzio nella civiltà contemporanea (1991)
XI. L'utopia dell'educazione musicale permanente (1994-96)
XII. La comunicazione globale e l'orecchio individuale. Effetti perversi del comfort dell'ascolto (1998)
XIII. Cloni e campioni: dalle memorie collettive alle memorie di massa (2002)
XIV. Il combattimento tra Febo e Pan. Categorie di cultura alta e cultura bassa in ambito musicale (1989-2001)


Premessa

Il proposito è quello di riflettere in maniera “trasversale” sulla musica: questi scritti, al di là dell’apparente diversità argomentativa, vorrebbero ricondurre all’intento di considerare l’esperienza musicale navigando fra le sponde del compositore, del fruitore, dell’interprete, dell’operatore culturale..., anche a costo di utilizzare un linguaggio ambiguo, che si dibatte fra specialismo, divulgazione e pamplhet. Un campo che sarebbe di pertinenza dell’antropologia della musica, ma nel nostro caso siamo lontani dalla ricercata (pretesa) obiettività di questa costola dell’etnomusicologia caratterizzata dal privilegio dato al rapporto musica-cultura rispetto all’oggetto sonoro. Nè antropologia nè musicologia, quindi, nè “giustificazione alla luce di...” nè je accuse arroccati ex-cathedra.
Oggi si discute molto di musica, ma di fatto, poi, parlare di musica vuol dire o nominarla per ciò che essa innesca e provoca - nella società, nelle mode, nei personaggi che fabbrica, nei mercati che fa proliferare, nei riti che celebra (negli stadi come nei teatri d’opera, nelle cattedrali come nei mass-media) - o parlarne in senso stretto negli orticelli delle riviste di settore.
La televisione, attraverso la sintesi dell’informazione, la tecnica del montaggio, l’estrema eloquenza del rimando sinestesico audio-video, ci ha abituati ad una fruizione dell’informazione (che innesca un modello di formazione tout-court) estremamente aforistica, capace di configurarsi prevalentemente per analogia. La riflessione e l’analisi, il “pensiero lento” non appartengono pù alle modalità abituali del fruitore medio. Così come l’aereo, dopo un sonnellino, ci porta in un altro emisfero senza farci cogliere i passaggi intermedi del viaggio, l’informazione sintetica, fast-sighting, ci porta, attraverso salti logici, a conclusioni senza corso di pensiero. Poco male per il fruitore preparato e ben strumentato, che questi salti logici sa riempirli, ma in chi non possiede gli strumenti, e sono la grande maggioranza, l’evoluzione delle forme di pensiero si indirizza verso modelli schematici, che seguono logiche d’assemblaggio semplicistiche, che formano quel “senso comune” che, se nelle società contadine era indice di sapienza antica, nelle società urbane e telematiche costituisce una logica-rifugio pericolosa. Soprattutto per le faccende estetiche, che hanno spesso poco da spartire con la stessa logica corrente e con il pragmatismo escatologico della società odierna.
Forse urge, in questo nostro confuso mondo in cui la facilità dell’accesso ai messaggi è inversamente proporzionale alla capacità di comprenderli, stabilire punti di contatto fra i compartimenti stagni di una cultura che, guadagnatasi il proprio pubblico (leggi target) quando si tratta di spettacolo, la propria utenza quando è servizio, non si preoccupa di comunicare al di fuori dai codici. La musica “nel” nostro tempo (fatto oggettivo) coincide sempre meno con la musica “del” nostro tempo (fatto soggettivo), e questo equivoco - lo stesso termine “musica” oggi lo è - stimola molte considerazioni.
I punti di vista del compositore, dell’interprete, del fruitore, non coincidono. C’è spesso uno scarto fra ciò che il compositore immette, il più delle volte, nella sua opera (una vasta porzione delle istanze del mondo in cui vive) e ciò che viene percepito da chi ascolta - un atteggiamento solipsistico lontano dalla sensibilità del sentire comune. C’è nell’interprete un’impossibilità a mediare l’opera nuova, in quanto la sua formazione, il mercato concertistico, i tempi di lavoro (e i relativi cachet), la (mancata) gratificazione del pubblico... lo impediscono. C’è nell’ascoltatore una pulsione - una tendenza disperata, potremmo dire - alla gratificazione affettiva, spesso indotta da componenti extramusicali (la “Sindrome-Helfgott” è uno dei tanti sintomi1).
Le riflessioni hanno più un carattere propositivo che analitico, vorrebbero costituire stimolo per ulteriori riflessioni, per più compiute analisi negli specifici campi. Da un lato un’indicazione a considerare certi problemi in maniera più disincantata e libera, alla luce della molteplicità contraddittoria del contemporaneo, dall’altro l’avvertimento che l’azzeramento del nostro universo culturale operato dal sistema di comunicazione è un “effetto del canale”, e che è necessario, ancor più di ieri, operare distinguo di contenuti e di funzioni per districarsi coscientemente tra le forme ed i generi, decomprimendo il frullato dal “linguaggio binario” che ci restituisce il medium, e recuperando le espressioni artistiche (ma anche comportamentali) nella loro componente antropologica.
I due scritti d’apertura della raccolta, pur avendo in comune l’aspetto percettivo, partono da punti di osservazione diametralmente opposti: il primo dall’esterno (fruitore, produttore, consumatore, mercato, mezzo...), il secondo dall’interno: il tentativo di fare affiorare una dimensione “spaziale” dentro la musica. Un attacco sintomatico della navigazione fra opposte sponde che vuole innescare questa raccolta, i cui saggi, scritti in differenti occasioni nell’arco di una dozzina d’anni e dettati da diverse istanze, sono accomunati dal disagio comunicazionale di chi si occupa di “musica contemporanea” (“contemporanea nel senso della musica classica”, è la stupida frase che si è costretti a ribattere al nostro interlocutore, per cercare di chiarire di “quale” musica ci occupiamo... questi, il più delle volte, cade in equivoco o, meglio, comprende, alla lettera, che la nostra musica amata è “roba da museo”). Segue una riflessione che è indicativa circa la relatività del giudizio rispetto alle novità, influenzato sempre dai particolarismi (o, in alcuni casi, universalismi) della nostra affettività.
Gli altri scritti prendono in considerazione le mutazioni subite dall’esperienza musicale nell’impatto con la radio, il cinema e l’elettronica, la necessità di una nuova tipologia di virtuosismo per l’interprete di oggi, la dimensione ambigua dell’ironia come cifra per interpretare l’ineffabile sonoro, il problema irrisolto della divulgazione e dell’educazione in un contesto di consumo di massa, il rapporto fra i generi e le funzioni musicali nel crogiolo della modernità, con un tono che scivola, in quest’ultimo caso, verso l’intonazione polemica.
Gli interventi di revisione e aggiornamento sugli articoli già pubblicati sono stati molto discreti, proprio perché essi sono, ci sembra, tutt’altro che “datati” - nonostante la tecnologia delle forme della comunicazione e diffusione del fatto musicale diventi rapidamente obsoleta - in quanto, nella corsa all’ultimo ritrovato, le facoltà di adattamento sono notevolmente più rallentate, a causa della nostra stessa costituzione psicofisica (anche se poi alcuni cambiamenti comportamentali avvengono in maniera subliminalmente strisciante).
Il tono garbatamente (negli intenti) polemico o ironico di alcuni scritti è dettato dalla condizione che soffre la musica nel dibattito intellettuale, al di fuori dei luoghi specialistici. In tal senso il lettore ideale, per desiderio di chi scrive, è un curioso osservatore degli scambi umorali fra i linguaggi di oggi, che è disponibile ad assumere ancora la musica come pensiero fondante, cioè paradigma di senso e struttura profonda di una comune “lingua estetica”.

Francesco Leprino

 

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