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La doppia lezione di Francesco Leprino
di Quirino Principe

Francesco Leprino è da anni un unicum nel territorio della cultura italiana, e forse l’aggettivo “italiana” è riduttivo e perciò pleonastico. Da quando ci ha fatto dono dei suoi ultimi lavori, grandi per l’impegno culturale e per la dimensioni dei dispositivi tecnici che si è posto quasi a sfida di se stesso e ha superato con eccellente perizia, Leprino è diventato un “caso”. Non è eccessivo dire che i suoi esiti artistici e la qualità di ciò che egli intende per lavoro multimediale sono così connaturati nella formazione culturale che si è costruito con nitida originalità, e così assolutamente “suoi”, da costituire un genere a sé. I lavori di Leprino sono cinema (e su ciò non si discute, dal momento che si è rivelato da anni magnifico sceneggiatore e regista dalla mano sicura), ma sono anche melòlogo visivo, musica in immagini, contrappunto di linguaggi e di stili. Si pensi a come, nelle due forti, penetranti e ampie opere multimediali degli ultimi tre anni (In casa mia v’aspetto! Mozart a Vienna, del 2006, e Un gioco ardito, del 2007), Leprino abbia organizzato elementi linguistici diversissimi: immagini di esterni e di interni rurali e urbani, contesti sociali, il pubblico in ascolto, la lezione di musica, il passato che si trasforma in presente (con tecnica semplicissima soltanto perché consumata e sperimentata, e non perché non sia complicato il realizzarla), la scelta dei volti e delle inflessioni parlate negli elementi di fiction, l’atmosfera “iberica” e il suo contrastare con quella italiana. Si pensi a come gli stili e le intonazioni del nesso immagine-suono-parola-movimento siano di volta in volta diversi ma mai bruscamente contrapposti: i transiti sono sempre agevoli, “lisci” almeno sotto l’aspetto tecnico (diversa è l’asprezza che sovente Leprino realizza sul terreno della figura e dell’emozione). In particolare, l’uso magistrale del piano-sequenza fa pensare a una prossimità d’indole con un sommo regista russo, ad un tempo asciutto e morbido quanto a velocità di trasformazione: Aleksandr Sokurov.

Non voglio ripetere ciò che si è detto di Leprino e delle sue qualità tecniche e artistiche, del suo estro e del suo ingegno nutrito di cultura assorbita quasi con angoscia, tanto la sentiamo “vissuta”. Gli sono state riconosciute, da grandi compositori, passione e bravura, tanto da far supporre che il “gioco ardito” assunto come titolo del film su Domenico Scarlatti, sia proprio ciò che connota, dalle origini a oggi, l’intero lavoro di Leprino. Tutti gli danno atto di avere scelto interpreti musicali d’impeccabile precisione e ricchi di segrete e controllate tensioni, come Ruggero Laganà e Maria Cecilia Farina. Tutti hanno ammirato la voce di Shel Shapiro che anima la marionetta uscita dalla scuola dinastica dei Colla. È stato lodato, in generale, il sonoro, anche in relazione “sinestetica” con il colore e il disegno delle inquadrature. La canzone portoghese di Arrigo Cappelletti inserita nel film scarlattiano ha incantato pubblico e critica. Qualcuno ha osservato che, se noi vivessimo in un paese normale, Un gioco ardito entrerebbe nei circuiti cinematografici: sottoscrivendo l’osservazione (formulata da un giovane, colto e valoroso critico milanese), a nostra volta estendiamo il periodo ipotetico dell’irrealtà a In casa mia v’aspetto! e a tutti gli altri lavori di Leprino.

Ma proprio questo è lo scoglio ostile, la rupe da cui prima o poi l’Italia salterà inabissandosi o sfracellandosi, se non si deciderà ad assumersi una lieve e gratificante fatica e ad affrontare una metaforica Rodi la cui conquista costerebbe soltanto una leggera pressione sulle meningi, a coloro che disgraziatamente reggono i destini della nostra nazione. A questo paese, che non è normale poiché uno sciagurato destino vuole così, e a cui si unisce ad acuire la catastrofe un intreccio di colpe di governanti e di governati, il lavoro d’insieme svolto negli anni da Francesco Leprino indirizza una duplice lezione, e se essa rimarrà inascoltata la responsabilità ricadrà esclusivamente su chi si è tappato gli occhi e le orecchie.

La prima delle due lezioni riguarda specificamente l’Italia. Qualcuno, lodando Un gioco ardito, ha scritto che questo è il modo giusto di “svecchiare la musica classica”. Buona l’intenzione del lodatore, infelice la scelta delle parole. Già l’aggettivo “classica” genera un equivoco e tradisce i veri significati, dal momento che tale aggettivo è male usato (e malissimo usati sarebbero “colta”, “seria” eccetera) in luogo di “forte”, con riguardo alla forza dei suoi significati e delle emozioni da essa suscitate, mente la musica di consumo che trova luogo nei bar, sulle spiagge, nelle discoteche del sabato sera, nei supermercati, nei locali di strip-tease e nelle chiese cattoliche durante la messa, va definita come “musica debole”, in quanto piatte e fiacche e ripetitive e degne di un encefalogramma piatto sono le emozioni che essa risveglia. Ma peggio è il verbo “svecchiare”. La musica “forte”, quella di Bach o di Scarlatti, o di Mozart, o di Šostakovic, o di Schönberg, non ha bisogno di essere svecchiata. Non è mai invecchiata né mai può invecchiare, essendo indipendente per nascita dal logorìo esercitato dallo spazio e dal tempo sui corpi viventi e sulle rocce, sui sentimenti umani e sul plasma delle galassie ardenti nel cosmo. Il problema è di renderla presente e attiva.
Gli italiani sono in massima parte una nazione musicalmente analfabeta, nonostante abbiano alfabetizzato l’Occidente in secoli non molto lontani, educandolo alla musica di più eccelso livello. Il lavoro di Leprino offre tutte le vie possibili e oggi praticabili affinché sia imboccata la via lungo la quale l’Italia possa ritrovare la propria identità, e ritrovarla attraverso i suoi lasciti migliori e non transeunti. Per fare questo, è necessario fare intendere alla nazione e ai suoi occulti persuasori e aguzzini che la musica non è “straniata” rispetto all’alta cultura accademica, e che d’altra parte essa non è neppure una disciplina elitaria, destinata a palchetti sempre più impreziositi da nobile palissandro e sempre più in alto negli scaffali (tanto in alto da essere irraggiungibili e da scoraggiare gli sforzi di chi vorrebbe afferrare una scaletta portatile). Questa falsa visione è il frutto, a lunga scadenza, della sfortuna che volle l’Italia unita affidata a dirigenti di formazione neo-hegeliana, eredi della svalutazione che Hegel aveva inflitto alla musica nella sua Ästhetik. De Sanctis e Croce furono la variante liberale di questo errore. Gentile ne fu la versione “organica” e funzionale al fascismo. Gramsci, allievo di Gentile più che di Marx, tradusse in termini nazional-popolari lo sciagurato pregiudizio neo-hegeliano. Ecco perché in Italia le forze politiche di sinistra, diversamente da altri paesi governati dal socialismo reale, lasciarono marcire la musica, impedendo che essa venisse insegnata nelle scuole normali e non specialistiche, e distruggendo così il futuro gusto musicale, il futuro bisogno di musica forte, il futuro pubblico della musica forte.
Infine, il vergognoso alto tradimento culturale perpetrato dalla Chiesa Cattolica divenuta terzomondista, rocchettara e sambaiola per mero opportunismo, ha suggellato la catastrofe.
Ma la musica, nei lavori multimediali di Leprino, si rivela aggressiva e divertente, ardua e consolatoria, beffarda e rivelatrice e in ogni caso connessa indissolubilmente con la vita quotidiana e con la storia in cui ci dovremmo identificare.

La seconda lezione di Leprino si rivolge a un orizzonte più ampio, quello dell’intera cultura occidentale. La sinestesia, cara al nostro autore non è soltanto un nobile e seducente artificio retorico, evocatore di magie dannunziane o skrjabiniane. È il dover essere di una cultura e di un’arte che nacquero da un nesso strettissimo tra i diversi linguaggi artistici, nell’epoca in cui un unico luogo architettonico, la cattedrale, raccoglieva la pittura e la scultura, la poesia e la musica e il teatro. Poi, ciascuna delle suddette arti se ne andò, trasmigrò verso i teatri a pagamento e verso le pinacoteche e le accademie e le università e le riviste letterarie e le sale di concerto. Così le arti specializzandosi, si irrobustirono, ma alla fine s’immalinconirono.
Ora sentono l’esigenza di incontrarsi e di frequentarsi.
Leprino, artista dell’intreccio e dell’incontro ci sta insegnando come.


Gioco e rigore
di Ermanno Comuzio

Eco e Narciso oggi sposi. Nel mito entrambi finivano male, per non essersi potuti unire (colpa di Narciso, cioè dell’elemento “vedere”, mentre la ninfa del “sentire” era disponibile, disponibilissima); oggi invece le due dimensioni sono sempre più congiunte, di moda, anzi. Ne trattano un po’ tutti: non c’è rotocalco che non abbia il suo esperto in materia di colonne sonore, cioè di musica applicata alle immagini, e non c’è musicista che non includa nelle sue performance cose relative al cinema.
Quanto allo spessore degli interventi, questo è un altro discorso!
Il livello è assicurato nel caso di un esperto e musicista insieme come Francesco Leprino, che alle sue competenze specifiche unisce una formidabile capacità di inventare progetti e iniziative di raffinata qualità. In lui il suono e l’immagine trovano un compimento vero, non effimero, e di dimensione “colta” (quando il settore è considerato tutt’ora appartenente all’area “leggera”). Ma tutto ciò non è mai disgiunto dalla leggiadria del procedere: intendo dire – e personalmente adoro le cose serie dette con il sorriso – che la dottrina non è mai disgiunta da un spiccata sensibilità al divertimento.
Leprino presenta per esempio il suo documentario L’ascolto dell’immagine come una proposta di “momenti magici di film che hanno fatto la storia del cinema colti in flagrante in rapporti più o meno equivoci con la musica”, dove il coniugio fra Eco e Narciso è considerato anche al di fuori dei sacri vincoli matrimoniali; e – in una buffa ossessione per la numerazione – se detto video raccoglie “100 film per 100 anni”, quello sull’uso di Verdi sullo schermo presenta “100 anni di vita sullo schermo a 100 anni dalla morte in 100 film per 100 minuti”. E il documentario sul Mozart viennese e il cinema, a parte le spumeggianti intrusioni di bimbi nudi e di cioccolatini galeotti, gioca sulla cartina della capitale austriaca con le case mozartiane come in una partita di domino. E non per niente il lavoro su Domenico Scarlatti con le sue musiche reinterpretate e rielaborate si intitola Un gioco ardito. E che dire di un titolo come Clips und Klang per l’audace esperimento di accostare a musiche date inedite immagini?
Frammezzo alla esaltante e inesausta produzione di Leprino accenno qui ad alcuni esiti che personalmente mi hanno particolarmente colpito: il documentario mozartiano In casa mia v’aspetto! (per il complicato corteggiamento che sta a monte del matrimonio tra la musica viennese del salisburghese e il cinema); il significato propositivo per tutti coloro che pensano, sperimentano o praticano il coniugio suono/immagine del video Clips und Klang, in cui sono le immagini - venute dopo la musica - a conformarsi ai suoni, modificandosi, ricreandosi, mescolandosi, contorcendsi per interpretare in maniera inedita quella musica; naturalmente “l’ardito gioco” su Scarlatti...
Ecco, sempre, nell’incedere scanzonato di Leprino, il passo è sostanzialmente rigoroso, anzi severo, impostato coerentemente e sistematicamente sulla verifica di una musica che si trasforma e diventa altro in funzione del racconto visivo, e viceversa. Luoghi dello sguardo, dell’ascolto e soprattutto della mente: una mente colta in flagrante in rapporti più o meno fruttiferi con i sensi.

Francesco Leprino: l’immagine è suono e sogno
di Massimo Maisetti

Il suono si frammenta, si moltiplica, appare in passaggi contratti, si integra nell’immagine.È un flusso incalzante per la vista e per l’udito, con echi di musiche legate a composizioni, sovrapposizioni, dissolvenze di immagini. È arte, poesia, racconto, citazione, in un panorama complesso quanto emozionante.
Guardando alcune tra le tante opere di Francesco Leprino mi è tornato alla memoria il bicchiere preso ad esempio da Buñuel: “Un bicchiere contemplato da più persone può essere mille cose diverse, perché ciascuno mette una propria affettività in ciò che osserva. Nessuno vede le cose come sono, ma come i suoi desideri e il suo stato d’animo gliele fanno vedere. Io lotto per un cinema capace di riflettere questa specie di bicchieri, di dare una visione integrale della realtà, accrescere la mia conoscenza delle cose e delle persone, aprirmi il mondo meraviglioso dell’ignoto”.
Leprino, che non ha frequentato alcuna scuola di cinema, si propone come “un naif convinto che le griglie della musica siano applicabili anche al visivo per creare strutture narrative che prescindono dal linguaggio verbale”. Io, che non sono un musicologo e nulla sapevo del progetto L’ascolto dell’immagine – cento film per cento anni descritto in questo catalogo, sono stato colto di sorpresa e incantato dallo spettacolo del 29 febbraio 2008 al teatro Dal Verme di Milano dal titolo Viaggio al termine de La notte di Antonioni. Ho avuto la fortuna di assistere a una versione assolutamente straordinaria de La notte di Antonioni, scomposta e ricostruita da Leprino in funzione delle musiche originali di Giorgio Gaslini, premiate nel 1962 con il Nastro d’argento. Con Gaslini al piano, eliminati i dialoghi, suono e immagini esprimevano con incredibile intensità lo sfaldarsi dei sentimenti affettivi e l’allargarsi di una crisi esistenziale dal personale al sociale, temi tutt’ora attuali del capolavoro scritto da Tonino Guerra e Ennio Flaiano con la collaborazione di Ottiero Ottieri.
Rivedo una volta ancora i 60 minuti di Clips und Klang dove “dodici scorie musicali vocali del secondo millennio scandiscono l’accostamento e il ritmo delle immagini”, arrivando a costituirne un’imprevedibile autentica sceneggiatura. Continua a colpirmi la visione di Venezia, dove “la marea fa galleggiare la città”, in un’alternanza di tenerezza, angoscia e ironia, per una realtà mai separata dalla dimensione del sogno.
“La vita è sogno”, scrisse nel 1633 lo spagnolo Pedro Calderòn de la Barca.
Per Buñuel il cinema è vita e sogno, per Leprino è sogno e musica.
Lo rilevarono con acume Carla Gravina, Mario Monicelli e Morando Morandini, giurati al Festival Valdarno Cinema Fedic nel 1999, premiando l’autore di Clips und Klang “per l’abilità con cui ha vinto la difficile scommessa di scambiare tra loro valori visivi e sonori nel quadro dell’antica utopia tendente a far ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie e per la raffinatezza delle immagini con cui ha mostrato un’Italia eterna e provvisoria dove merito e demerito sono dell’uomo”.
Dopo Verdi, Mozart e Scarlatti, nel 2009 sarà concluso Sul nome B.A.C.H. Contrappunti con L’arte della fuga. Non dubito che “il genio di Bach e la sua musica possano essere racchiusi in quel picciol vaso che è la lanterna magica del cinema”: Leprino, mago dell’audiovisione, ha ben ragione d’esserne convinto.

 

Sinfonie audiovisive...
di Franco Piavoli

Francesco Leprino usa il linguaggio filmico in modo eccezionale rispetto allo schema imposto dall’industria cinematografica. Nei ritratti dei grandi musicisti segue un percorso che prescinde da uno sviluppo drammaturgico di stampo teatrale e si affida all’alternanza di suoni e immagini, musiche ed icone, voci e luoghi intessuti e composti in un mosaico visivo-sonoro di grande fluidità.
Le citazioni dei film e i riferimenti d’archivio si alternano alle interviste e agli ambienti che hanno ospitato i grandi musicisti del passato, che si ripresentano ai nostri occhi e alle nostre orecchie con sorprendente vitalità e intensità: quasi tornassero alla luce del presente, oppure come se noi ci calassimo nel loro tempo in un rapporto diretto e familiare.
Con un intreccio spazio-temporale attentamente costruito, Leprino ci guida in un viaggio composto da diversi tasselli visivi che assecondano i tempi e i ritmi dei brani musicali.
Scandendo il racconto come una partitura l’autore compone una vera e propria sinfonia audiovisiva che ci coinvolge in un’esperienza esistenziale affascinante e insieme erudita.


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